Uno show non nasce quando si accendono le luci sul palco. Nasce molto prima, in una fase fatta di idee, confronti, render, soluzioni tecniche, revisioni, prove e scelte che devono trasformare un’intuizione creativa in un’esperienza dal vivo.
A MIR26, l’incontro “Making of the Show: from Concept to Stage Marco Mengoni Live 2025” ha portato sul palco della MIR Arena alcuni dei professionisti che hanno lavorato alla realizzazione del tour 2025 di Marco Mengoni. Un talk dedicato al dietro le quinte dello show design, con un focus sul percorso che ha trasformato il concept creativo in una produzione live complessa, pensata per gli stadi e costruita come un vero concerto-opera.
Moderato da Giancarlo Messina di Show Gear Network, l’incontro ha visto la partecipazione di Simona Muti, Creative Supervisor and Head of Creative Department for Marco Mengoni e Creative Supervisor per LaTarma Entertainment, Gianluca Carrozzo, Production Director per Live Nation, Jordan Babev e Davide Pedrotti, Lighting Designer per Blearred, Lorenzo De Pascalis, Creative Director per Ombra, e Alberto Butturini, Sound Engineer.
Un panel che ha raccontato, reparto per reparto, come scenografia, luci, video, automazioni, audio e direzione artistica abbiano lavorato insieme per costruire uno spettacolo in cui la tecnologia non era semplice effetto, ma linguaggio narrativo.
Il concept: un concerto che guarda alla tragedia greca
Alla base dello show c’era un’idea precisa: non costruire un concerto tradizionale, ma dare forma a un percorso emotivo. Come ha raccontato Simona Muti, il progetto nasce dalla volontà di Marco Mengoni di portare in scena qualcosa che andasse oltre la sequenza dei brani, avvicinando il pop alla dimensione dell’opera e della tragedia greca.
Il racconto dello spettacolo si sviluppava infatti per atti, partendo da un’immagine di distruzione e solitudine per arrivare progressivamente alla ricostruzione, alla liberazione e alla catarsi finale. Le macerie iniziali, la città che si ricompone, le strutture che cambiano densità visiva, il ponte sospeso e la parte conclusiva più luminosa e celebrativa non erano elementi isolati, ma tappe di una narrazione.
Questa è forse la prima lezione emersa dal talk: in una produzione live di alto livello, la tecnologia funziona davvero quando serve un’idea. Non si tratta di aggiungere effetti per stupire, ma di capire cosa deve provare il pubblico in ogni momento dello show.
Scenografia e lighting design: quando il palco diventa racconto
Il lavoro sul set e sulle luci ha seguito la stessa direzione narrativa. Il team di Blearred ha spiegato come la scenografia sia partita dal mondo delle macerie, realizzate con un approccio quasi artigianale, per poi evolvere verso una città astratta, cristallina, sempre più trasparente e luminosa.
Il palco doveva cambiare volto durante la serata. Una persona entrando in tre momenti diversi dello show avrebbe dovuto vedere tre quadri differenti. Questo obiettivo ha guidato la progettazione scenografica e illuminotecnica, imponendo una sfida complessa: creare una struttura visivamente potente ma mai invadente, capace di lasciare spazio al video, al movimento, alla performance e alla voce.
Uno degli aspetti più interessanti emersi dal confronto riguarda proprio l’equilibrio tra reparti. In uno show con una forte presenza di luci, video, automazioni ed effetti, il rischio è che ogni elemento cerchi di prevalere sugli altri. In questo caso, invece, il lavoro creativo è andato nella direzione opposta: togliere quando necessario, lasciare vuoti, accendere pochi fari in alcuni momenti, permettere alla scena di respirare.
Il risultato è stato uno show design in cui la potenza tecnologica era sempre al servizio della drammaturgia.
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Credits Photo: Comunicarlo
Audio live: far arrivare l’emozione senza perdere controllo
In uno show visivamente così imponente, l’audio aveva un compito delicato: restituire al pubblico l’intenzione artistica senza farsi schiacciare dalla complessità della scena.
Alberto Butturini, sound engineer di Marco Mengoni da molti anni, ha spiegato come il layout del palco abbia richiesto scelte audio specifiche. La band era divisa ai lati della scena, mentre la parte centrale era dedicata a Marco e ai performer. Questa configurazione, insieme alla presenza di cluster, sub e musicisti posizionati in aree non convenzionali, ha reso necessario un progetto audio estremamente controllato.
Il sistema doveva garantire intelligibilità, impatto e coerenza, evitando rientri e interferenze sulle basse frequenze. Il tour contava circa 120-130 canali audio e una doppia regia, con una gestione attenta anche delle sequenze e delle transizioni.
Butturini ha sottolineato un aspetto importante: in uno spettacolo così costruito, il fonico diventa il punto finale di ricezione di tutto il lavoro artistico. Se scenografia, luci, video e regia costruiscono l’emozione, l’audio deve permettere a quella stessa emozione di arrivare al pubblico in modo pieno, naturale e potente.
Video design e contenuti visual: dal 3D alla scena live
La parte video, curata da Ombra, ha avuto un ruolo centrale nella costruzione dell’immaginario dello spettacolo. Lorenzo De Pascalis ha raccontato il lavoro sui contenuti visual come un percorso parallelo a quello scenografico: anche il video doveva partire da un mondo distrutto e accompagnare la trasformazione verso una dimensione più trasparente, luminosa e libera.
Uno degli elementi più complessi è stato il primo brano, pensato come un grande piano sequenza visivo. La realizzazione ha richiesto contenuti in 3D, render ad altissima risoluzione e un lavoro minuzioso sui materiali digitali: roccia, vetro, rifrazioni, trasparenze e colore diventavano parte integrante della scenografia.
Il video non era quindi uno sfondo, ma un livello narrativo autonomo. Doveva dialogare con le camere live, con il set fisico e con i movimenti degli schermi, mantenendo continuità tra ciò che accadeva sul palco e ciò che veniva proiettato.
Anche qui emerge uno dei temi chiave per chi lavora nel mondo dell’audiovisivo: l’integrazione. Video, luci e scena non possono essere progettati come compartimenti separati. Devono muoversi insieme, con una grammatica comune.
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Credits Photo: Comunicarlo
Il ponte, gli schermi e le automazioni: la sfida della produzione live
Tra gli elementi più spettacolari e complessi del tour c’era il ponte mobile, una passerella di circa 25 metri che permetteva a Marco Mengoni di avvicinarsi al pubblico, muovendosi e sollevandosi durante lo show. Un’idea fortissima dal punto di vista simbolico e scenico, ma estremamente impegnativa per la produzione.
Gianluca Carrozzo ha raccontato il lavoro necessario per trasformare le idee creative in soluzioni realmente montabili, trasportabili e replicabili in tour. La produzione viaggiava con 28 bilici e doveva essere montata in circa 12 ore. Il ponte, da solo, pesava diverse tonnellate e richiedeva una gru per essere assemblato, pur essendo stato ingegnerizzato per ridurre al massimo i tempi di montaggio.
A questo si aggiungevano gli schermi in movimento, otto totem video da circa due tonnellate ciascuno, gestiti attraverso un sistema complesso di motori e movimentazioni. Ogni elemento doveva funzionare in sicurezza, adattandosi a palchi residenti e condizioni diverse da venue a venue.
Il meteo, soprattutto il vento, era una variabile decisiva. Per questo il team aveva predisposto diversi piani alternativi, con procedure specifiche in caso di condizioni critiche. In una produzione live di questo livello, la spettacolarità è solo la parte visibile. Dietro c’è una macchina fatta di timing, sicurezza, logistica e capacità di prendere decisioni rapide.
Timecode, show direction e coordinamento: la precisione invisibile
Uno show così complesso può funzionare solo con una struttura di coordinamento rigorosa. Luci, audio, automazioni, video, musica, performer e movimenti scenici erano legati a una gestione precisa dei tempi.
Ogni modifica aveva effetti a cascata su più reparti. Ogni movimento doveva essere previsto, chiamato, controllato.
In questo contesto, il ruolo di show director ricoperto da Lorenzo De Pascalis è stato fondamentale. Non si trattava solo di seguire lo show dal punto di vista creativo, ma di coordinare le azioni in tempo reale, garantire sicurezza e assicurare che tutto accadesse nel momento giusto. Schermi in movimento, performer in scena, fiamme, ponte mobile, cambi luce e contenuti video dovevano convivere senza margini d’errore.
È una parte del live spesso invisibile al pubblico, ma decisiva per la riuscita dello spettacolo.
La tecnologia funziona quando ha un perché
Il talk “Making of the Show” ha mostrato con chiarezza cosa significa oggi progettare una grande produzione live: mettere insieme creatività, competenze tecniche, sensibilità artistica e capacità produttiva.
Il tour 2025 di Marco Mengoni non è stato raccontato come una gara all’effetto più grande, ma come un esempio di integrazione tra reparti. La tecnologia era presente in modo massiccio, ma sempre con una funzione: dare forma a un racconto, amplificare un’emozione, avvicinare l’artista al pubblico, trasformare lo stadio in uno spazio teatrale.
Ed è proprio questo il punto che rende il progetto così interessante per i professionisti dell’audio, del video, del lighting design, della produzione e dello show business: ogni scelta tecnica nasceva da una domanda creativa.
Come si racconta una rinascita? Come si trasforma una città di macerie in una città di luce? Come si porta un artista più vicino a decine di migliaia di persone? Come si fa convivere la potenza di uno stadio con la precisione di un’opera?
A #MIR26, queste domande sono diventate materia di confronto, formazione e ispirazione. Perché il futuro dell’entertainment technology non passa solo da strumenti sempre più avanzati, ma dalla capacità di usarli per costruire esperienze dal vivo memorabili.
PUBBLICAZIONE
16/06/2026
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